Spacciau s’ollu e porcu: la ricetta dello strutto handmade

Hai mai sentito dire che del maiale non si butta niente? Insomma qualcosa si butta… gli ossi ad esempio, per il resto si mangia tutto, anche il grasso. Ecco come.

A patto che il maiale sia nato, cresciuto e “deceduto” in Sardegna, insomma a patto che tu sappia da dove venga questo maiale, il mio consiglio è quello di recuperare la ciccetta bianca e consistente del maiale e tagliarla a tocchetti: dopo una breve cottura ne verrà fuori uno strutto a cinque stelle. Proprio così, parliamo di quello che comunemente si acquista al supermercato con una provenienza non meglio specificata, ma che tu puoi preparare a casa in pochissimo tempo. Il gusto ci guadagnerà di certo, e pure il portafoglio.

Ovviamente è bene dirtelo subito: lo strutto, localmente detto s’ollu e porcu, crea dipendenza: una volta assaggiato quello casereccio… tornare indietro sarà piuttosto difficile. Ma in fondo non è mica necessario farlo!

Chi

Ollu e porcu

Dove

In tutta la Sardegna

Quando

Tutte le volte che si uccideva il maiale

Cosa

  • Grasso di maiale.

Strumenti

  • Un pentolino;
  • un colino;
  • un mestolo;
  • un vasetto.

Come

Separa il grasso dalla cotenna, taglialo a tocchetti e mettilo in padella a fuoco molto basso. I cubetti di grasso con il calore scioglieranno, rilasciando il ben noto ollu e porcu. Non lasciare troppo sul fuoco i pezzi di grasso che hanno rilasciato tutto l’olio, ma toglili con l’uso di un mestolo e mettili da parte: non buttarli, per carità! Si tratta di quelle che localmente diciamo “gerde”. Un giorno di questi ti spiegherò meglio. Sappi che le puoi usare per far dell’ottimo pane o sgranocchiarle come finger food alla sarda.

L’olio nella padella raccoglilo con un mestolo e riponilo ancora caldo in un vasetto. Attenzione a filtrare il liquido con un colino e a non bruciarti. Nel giro di poche ore l’olio giallo si solidificherà diventando bianco latte. Metti in frigo e divertiti con il tuo strutto handmade.

Il proverbio

“Spacciau s’ollu ‘e porcu, arribbara s’ollu de olia” ossia  “finito lo strutto (di maiale) arriva l’olio di oliva”. Questo fa capire quanto più ricco e apprezzato fosse lo strutto, meno leggero e più gustoso. Spacciau s’ollu de porcu significa anche che la pacchia è finita e da un periodo di abbondanza e comodità si passa ad un altro di ristrettezze e disagi.

L’angolo delle cuoche(i)

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C’era una volta su marrakkòcciu: il dentarolo di pane

 

Le cose sono andate così: qualche settimana a Sant’Antioco mi imbatto in quello che localmente è detto su Marrakkòcciu. Entro in nel panificio dove mi era stato promesso lo avrei trovato e inizio a balbettare “Avete il mattaciucciu, murracucciu…” il mio sguardo implora aiuto e la commessa con il suo capellino bianco e i capelli profumati di pane appena sfornato fa di sì con la testa e me li indica dietro la vetrina. Penso che finalmente l’angolo della figuraccia si è concluso. Ne prendo cinque perché se sono buoni e utili come mi è stato detto, ne devo avere il più possibile a portata di mano.

Di rientro a casa, già che sono buoni e utili come mi è stato detto, cerco e ricerco: libri, web, ziodde… nessuno ne sa niente. Poi un libro mi racconta tutta la storia: c’era una volta su marrakkòcciu…

Chi

su marrakkòcciu, marrakkoccèddhu, su barrakkòcciu, sa craizhèddha, su frokkittèddhu e via discorrendo

Dove

Probabilmente in tutta la Sardegna, ma le forme documentate sono tutte della zona sud

Quando

Tutte le volte che si panificava, a patto che in casa ci fosse un bambini che stava mettendo su i denti

Cosa

Nel libro di riferimento si parla dell’impasto della pasta dura non lievitata. Per cui non ho fatto altro che seguire passo passo la ricetta della pasta dura (Su coccoi) senza l’aggiunta di lievito.

  •  500 gr di semola di grano duro;
  • 10 gr di sale;
  • 250 ml di acqua tiepida;
  • olio a piacere.

Strumenti

Un laccetto per legare su marrakkocciu

Come

Una volta ottenuto un bell’impasto crea dei cilindri di pasta più o meno lunga e dagli la forma che più ti piace fra quelle che ti propongo qui o quelle che ti consiglia la fantasia.

Varianti

L’impasto senza lievito è piuttosto croccante anche se con il passare dei giorni (durano almeno una settimana se ben conservati, forse qualcosa di più)si ammorbidisce. Io ho provato anche la variante semilievitata. Su 500 gr. di semola usa 100 gr di lievito madre o 25 di lievito di birra. In effetti a me è piaciuta più la prima variante senza lievito, ma mia figlia ha apprezzato di più la versione leggermente più morbida. Sì ne ho assaggiato qualcuno anche io! Zazzagona inside!

L’angolo delle cuoche(i)

Questa ricetta è stata una prova che è venuta su niente male, ma se tu conosci la ricetta originale… condividila! Ci trovi su FB, ma anche su twitter e instagram. Siamo praticamente ovunque. Basta cercare. #Koendi e #Marrakkocciu.

Sa Cordula: dell’agnello non si butta niente

Non so se sia più complicato legare “Sa Cordula” così come la chiamiamo dalle mie parti, procurarsi gli ingredienti di base per il suo confezionamento o pulirli. Fortuna vuole che mia madre sia un’ottima insegnante, quindi ho approfittato subito per un corso di base “Cordula mode on”. D’altronde si tratta di tradizioni gastronomiche che non devono essere dimenticate, semplici ma dannatamente gustose. La cordula parla della nostra tradizione pastorale, della nostra buona abitudine al non buttare nulla, perché delle volte, quel che si butta, è la parte più gustosa. Meravigliosa Sardegna!

Chi

Córdula, ma anche corda, cordedda, cordha, tattaliu e fressura

Dove

Praticamente la si fa ovunque sull’isola: è sufficiente ci sia del bestiame e del fuoco

Quando

Quando si uccidevano gli agnellini da latte, quindi in concomitanza delle feste maggiori

Cosa

  • intestino (tenue e crasso)
  • trippa
  • stomaco
  • ghiandole
  • sa nappa (la rete che avvolge gli intestini)

Strumenti

  • un gancio;
  • uno spiedo per la cottura

Come

L’idea di base è piuttosto semplice, ma quando ti metterai a preparare la tua cordula ci sarà da ridere: non nascondiamoci dietro un dito. Non è un piatto facile da realizzare, ma nemmeno impossibile, d’altronde come dico sempre io “il volere dei zazzagoni è potere”.

Una volta recuperati gli ingredienti e puliti con una certa cura, infila tutto (trippa, stomaco e ghiandole) in un gancio sospeso. Avvolgi con “sa nappa”e ferma il tutto  con degli stecchini (che toglierai appena iniziata la legatura). A questo punto inizia a legare sa cordula con l’intestino (ecco un video molto interessante e utile). A lavoro finito la tua cordula sembrerà un vero e proprio salsicciotto. Lascialo scolare e poi decidi come cucinarlo: le soluzioni sono almeno due, o sul fuoco o con i piselli. Noi abbiamo optato per la prima soluzione.

Curiosità

Se ti vuoi fare due risate, da pochissimo sul programma “Unti e Bisunti”, che personalmente noi di Koendi adoriamo, hanno parlato fra le altre delizie de sa cordula, localmente detta Cordha. Se vuoi dare uno sguardo qui trovi il link.

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Culurgiones: con la spiga viene meglio

Non lo dico tanto per dirlo: il culurgione, quello di patata e formaggio se chiuso come un raviolo qualsiasi non ha lo stesso gusto: sarà che noi zazzagoni le pietanze le mangiamo prima con gli occhi e immediatamente dopo con la bocca, sarà che quella spiga che fa impazzire più di una super cuoca crea un cuore di pasta leggermente più spessa e dura che ben si mescola, dopo la bollitura, con quell’interno di patata e formaggio che si sciolgono in bocca. Sarà quel che sarà, qui in casa Koendi ne siamo certi: con la spiga il culurgione viene meglio.

Chi

Culurgiones con patate e pecorino

Dove

Il piatto è tipico dell’Ogliastra

Quando

Un tempo giorno dei morti, alla fine del raccolto, oggi ogni qual volta si desidera

Cosa – Per la pasta

  • ½ kg di semola fina;
  • 1 uovo;
  • sale;
  • Acqua tiepida.

 Cosa – Per il ripieno

  • 500 gr di patate;
  • 200 gr di pecorino sardo;
  • 1 cucchiaio di strutto;
  • 1 cipolla;
  • aglio qb.

Strumenti

  • Macchina stendi pasta;
  • taglia pasta tondo (va benissimo un bicchiere);
  • cestino e strofinacci.

Come

Comincia con l’impastare  la semola con l’acqua, l’uovo e il sale. Come al solito con un po’ di fatica verrà fuori un meraviglioso impasto morbido e liscio. Mettilo da parte e pensa al ripieno. Metti a bollire le patate, meglio se con la buccia di modo che non assorbano troppa acqua. Sbuccia, schiaccia in purea e lascia freddare. Intanto tagliuzza una cipolla, dell’aglio e metti a soffriggere con lo strutto (se preferisci usa olio evo). Mescola con le patate che avrai schiacciato e correggi con del sale qualora necessario. Assaggia, assaggia, assaggia; basta! Altrimenti non ne resta per i culurgiones.

Sfoglia la pasta, tagliala in forma circolare e metti del ripieno al centro: adesso la parte difficile. Chiudi i culurgiones esattamente cosi.

Curiosità

In alcune località ogliastrine i culurgiones erano confezionati soprattutto durante il giorno dei morti, il 2 novembre, per la loro commemorazione. In altre località si era soliti confezionarli durante il carnevale o immediatamente dopo la raccolta del grano. D’altronde la chiusura ricorda molto da vicino una spiga e non sembra difficile credere che questo piatto tanto speciale avesse la funzione di propiziare la successiva annata agricola. Sembra comunque che il piatto abbia origine Medievale e da allora non abbiano più abbandonato l’isola.

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Angioni cun s’ou: il piatto del giorno dopo

Te lo dico fin da subito: non so con precisione da dove provenga questa ricetta, quel che so per certo è che a casa mia, il giorno dopo le feste, lo si prepara da sempre. Si ritiene sia un piatto leggero, ideale per rimettere in sesto lo stomaco. Capirai bene che crescendo in una famiglia di zazzagoni, era impossibile non sviluppassi l’attitudine per la cucina. Mi è comunque sembrato di capire che sia piuttosto nota in tutto il campidano, meno nel centro Sardegna. Sto indagando…

Chi

Angioni cun s’ou

Dove

Campidano, specie in casa Koendi

Quando

Un piatto delle feste: Natale, Pasqua, da evitare per Ferragosto

Cosa

  • Agnello
  • Uovo
  • Limone
  • Sale
  • Pepe

Strumenti

  • Un bel tegame capiente
  • Un piatto
  • Una forchetta o una frusta

Come

L’agnello va tagliato a tocchetti più o meno grossi a seconda dei gusti. Lo si lascia cuocere a fuoco lento in un bel tegame con dell’olio e del sale. Se si tratta di un agnello a cinque stelle, comprato dal pastore dietro casa, il mio consiglio è quello di non aggiungere proprio niente: la carne saprà deliziarti il palato più di mille condimenti. Mentre l’agnello cuoce (ci vorrà del tempo) prepara l’uovo sbattuto con l’aggiunta di limone, sale e pepe. Le dosi sono piuttosto orientative e variano a seconda di quanto agnello stai preparando e di quanto ami il gusto acidulo del limone. Una volta cotto l’agnello non devi far altro che versare l’uovo nel tegame e mescolare fintanto che questo non si trasformerà in una cremina deliziosa. Lascia il fornello acceso nel mentre, ma sempre piuttosto basso. Se te lo stai chiedendo la risposta è no! Non si tratta di un piatto leggero, ma è buono da morire!

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Casadinas con craberries: felice Pasca de Aprile

A proposito del nome, se ti stai chiedendo da dove salti fuori la risposta è semplice: in lingua il formaggio è casu… i dolcetti con formaggio ovviamente casadinas.

In testa avevo un’altra ricetta, te lo confesso, sarà per questo che l’impasto stavolta mi ha fatto letteralmente impazzire. Ma visto che gli amici di Koendi a grande richiesta hanno votato per le casadinas, che mi restava da fare se non metterle in forno? Hanno il profumo della Pasqua e dell’arancia mescolata al formaggio. Cattivo accostamento? Ma sei matta? Provare per credere.

Chi

Casadinas (area centrale e settentrionale), Casgiatini (Gallura), Formagelle all’italiana

Dove

Centro e nord Sardegna

Quando

Durante il periodo pasquale, in rari casi per le festività natalizie

Cosa – per la pasta

  • 1 kg di semola
  • 200 gr di strutto
  • Acqua

 

Cosa – per il ripieno

  • 1 kg di formaggio pecorino fresco
  • 200 gr di zucchero
  • 1 – 2 arance grattugiate
  • 2 uova
  • 200 gr di cramberries (uva passa a preferenza)

Strumenti

  • Macchina sfogliatrice
  • Tagliapasta tondo

Come

Prepara il ripieno mescolando tutti gli ingredienti. Il pecorino ovviamente dovrà essere macinato finemente e il risultato da ottenere è una amalgama cremosa e morbida. Nel caso in cui il ripieno ti sembrasse troppo secco aggiungi un altro uovo. In alcune ricette ho notato l’aggiunta di farina nel ripieno (in questa ricetta circa 100 gr). Io personalmente non l’ho usata, ma potresti provare. Cramberries o uva passa sono da aggiungere a piacere, le casadinas sono buone comunque. In generale i cramberries hanno regalato un tocco di acidulo in più che a mio parere non guasta per niente!  Prepara l’impasto alla solita maniera, crea sfoglie sottili, taglia la pasta in forma di tondo, metti il ripieno al centro e per chiudere la casadina pizzica leggermente la pasta creando le tipiche ed eleganti pieghe che caratterizzano il dolce.

Curiosità e varianti

Non esiste in italiano un termine che traduca casadinas. Le si chiama casadine o più comunemente formagelle. In Sardegna in un modo o nell’altro, in una forma o nell’altra, con un nome o con un altro le fanno praticamente ovunque, utilizzando del formaggio di pecora freschissimo o della ricotta (in quel caso parliamo di pardulas). A proposito del nome, se ti stai chiedendo da dove salti fuori la risposta è semplice: in lingua il formaggio è casu… i dolcetti con formaggio ovviamente casadinas.

L’uva passa era un’aggiunta originale del Meilogu, ma oggi è facile trovare casadinas con uva passa un po’ ovunque. Con cramberries solo in casa Koendi. Ciò che risulta difficile oggi è trovare un buon formaggio da macinare: in genere sono tutti molto magri e quindi rendono poco. Io il mio lo compro a Bono, ma se dietro casa hai un caseificio esponi il tuo problema, ti aiuteranno di certo!

Casadinas e pardulas le si preparava soprattutto durante le festività pasquali. Ti dirò di più, vista l’abbondanza di latte durante la primavera si era soliti, un tempo, regalare gli ingredienti (latte, formaggio o ricotta) indispensabili per il loro confezionamento. Era un modo importante per risvegliare il circuito del dono. Interromperlo anche solo per dimenticanza era un affronto grave che poteva portare anche a drastiche rotture.

L’angolo delle cuoche(i)

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Coccoi cun s’ou: la tradizione si fa innovazione

Oggi parliamo di pane e di tradizioni pasquali. In Sardegna la Pasqua è la Pasca Manna, una festività che ha incentivato la creazione di una quantità infinita di pani e di dolci. Tutti possiedono non solo una fragranza che ti entra nel cuore passando direttamente dagli occhi e dal naso, ma un simbolismo che parla di fertilità e propizia l’abbondanza.

Chi

Coccoi cun s’ou, coccoi kun s’ou, coccoeddu cun s’ou

Dove

In tutta la Sardegna con infinite varianti di forme

Quando

Durante il periodo pasquale

Cosa – per la pasta

  • 500 gr di semola
  • 1 cucchiaio di strutto
  • Un cucchiaio di zucchero
  • Acqua qb
  • Alchermes
  • Zafferano
  • 8 uova (da decorare)

Strumenti

  • Macchina sfogliatrice
  • Rotella
  • Coltello
  • Pinzette
  • Forbici

 Come

Il procedimento è sempre lo stesso: metti sul tavolo gli ingredienti e impasta. L’impasto deve risultare piuttosto asciutto e liscio alla fine del procedimento. Se desideri paste colorate puoi scegliere di impastare insieme con la semola dell’alchermes (al posto dell’acqua) o dello zafferano.

Prendi la macchina sfogliatrice, crea sfoglie di pasta piuttosto fini e inizia con la decorazione delle uova. Per evitare che queste si spacchino una volta in forno il consiglio è quelle di sbollentarle per almeno due minuti.

Curiosità e varianti

La ricetta che ti propongo è una variante dolce della tradizione. Il coccoi cun s’ou è normalmente un pane salato e lievitato del quale parleremo prossimamente.

Tradizionalmente veniva lavorato in molte maniere diverse e prendeva forma di bamboline, galline, uccellini di vario genere, pesci o ricci, croci o anelli: la costante era l’uovo inserito nell’impasto lievitato. Questo pane veniva e a tutt’ora viene confezionato durante il periodo pasquale e la lavorazione coinvolge esclusivamente le donne. D’altronde in Sardegna il pane è donna, fare il pane è quasi una consacrazione della ragazza che diventa adulta, padrona di casa, madre. In effetti le cose vanno ancora così, per lo meno in casa Koendi e dintorni. La stessa lievitazione in sé ha un non so ché di abbondanza, propizia la fertilità. E proprio di fertilità è il simbolismo legato all’uovo inserito nei coccois cun s’ou. Regalare un pane con l’uovo è dunque segno di affetto, di amicizia e augurio di fortuna per il futuro.

Chiudiamo l’angolo delle curiosità ricordando che generalmente le famiglie più povere sostituivano all’uovo le mandorle dotate della buccia dura.

Angiulottusu: il piatto che scoppia di salute

 

Più pieni sono, meglio è, perché al ripieno di un buon angiulottu non si dice mai di no, non nel Campidano per lo meno. In Sardegna la pasta fresca ripiena la si fa in mille e una maniera, ma la tradizione degli angiulottusu è tutta campidanese. Nella mia famiglia da soli bastano a far festa, a patto che vengano accompagnati con dell’ottimo sugo e abbondanza infinita di pecorino.

Chi

Angiulottusu, Angiulottus

Dove

Campidano (e non solo)

Quando

Tutte le volte che la padrona di casa ha voglia di prepararli (non vale comprarli, ce ne accorgiamo subito)

Cosa – per la pasta

  • 1 kg semola fine
  • 3 uova
  • Acqua qb
  • Sale qb

Cosa – per la pasta

  • 1 kg di ricotta
  • 2 uova
  • 1 mazzo di bietole
  • Noce moscata
  • Zafferano
  • Sale

Strumenti

  • Macchina sfogliatrice
  • Ravioliera
  • Rotella

 Come

Metti a bollire le bietole e intanto dedicati all’impasto. Dovrà risultare compatto e omogeneo, morbido ma non troppo. In quel caso significa che hai usato troppa acqua e dovrai aggiungere nuova semola. Se l’impasto dovesse rimanere troppo umido sarà praticamente impossibile passarlo nella sfogliatrice.

Messa da parte la pasta (faticoso eh?) dedicati al ripieno. Tagliuzza la bietola e mescola tutti gli ingredienti. Aggiungi le spezie a tuo piacere e cerca di non mangiare tutto il ripieno a crudo, un boccone tira l’altro.

Passa la pasta nella sfogliatrice e scegli se aiutarti con la ravioliera o scegliere di confezionare i tuoi angiulottusu senza alcuna guida. Io personalmente dopo qualche tentativo ho dovuto mettere da parte la mia testardaggine: la ravioliera mi è tornata parecchio utile. Prima di distenderci la pasta coprila con un velo di farina per evitare che la sfoglia si appiccichi.

Posiziona la prima sfoglia, riempi le apposite nicchiette di ricotta e copri con un’altra sfoglia. Pressa per bene, gira la ravioliera e aiutati con una rotella per separare i ravioli. Taglia dritto mi raccomando.

Curiosità e varianti

Gli angiulottusu cotti vengono riposti all’interno di un recipiente di terracotta alternandoli con abbondanti strati di sugo e pecorino. Una volta scolati e posizionati nella terrina si lasciano riposare. Nonna dice sempre che “funti incasausu”. Stanno lì per pochi minuti, si aspetta che l’ultimo ospite in ritardo arrivi e si servono.

Questa volta ho deciso di fare qualche esperimento gastronomico: ho sostituito la bietola con la gorgonzola, con i funghi, con le cipolle e con gli asparagi. Sono uscite 4 varianti di angiulottusu da leccarsi i baffi. I miei preferiti? Con i funghi!

Trame incantate: filindeu in zuppa

Chiunque la veda per la prima volta pensa che sia una vera e propria opera d’arte. Immediatamente dopo la curiosità spinge a chiedersi come diavolo sia possibile prepararla. Oramai l’avrai capito: le potenzialità delle donne sarde sono pressoché infinite, insieme con la pazienza e la voglia di stupire il commensale.

Chi

Filindeu (in alcuni casi filindeus, filindeos)

Dove

Nuoro e dintorni

Quando

Festa in onore di San Francesco di Lula (il 4 ottobre ed il 1 maggio)

Cosa

  • Filindeu
  • Brodo di pecora
  • Dado (meglio se fatto in casa)
  • Formaggio molto fresco e acidulo
  • sale

Come

Tanto per cominciare devi procurarti la pasta. Hai due opzioni: comprarla o prepararla. La seconda sembra essere piuttosto impegnativa, per questo, tanto per iniziare, ho pensato di acquistarla già pronta. Anche questa strada è una vera e propria impresa: io l’ho trovata a Nuoro. Sono riuscita a farmela vendere dal ristorante che per la prima volta mi ha cucinato questa zuppa favolosa.

Trovato il  preziosissimo ingrediente devi preparare il brodo di pecora lasciando bollire per diverse ore la carne. L’ho insaporito con del dado vegetale fatto in casa (qui la ricetta) e sale. Lascia freddare il brodo, sgrassalo e taglia a dadini il formaggio. Fai bollire ancora una volta il profumatissimo brodo, butta il formaggio e la pasta spezzettata in piccoli pezzi. Deve cuocere davvero pochissimo. Spegni e servi. Preparati ad assaporare un piatto delizioso.

Leggende e curiosità

L’origine del nome sembra essere piuttosto controversa. La soluzione più interessante a mio parere l’ha fornita dallo studioso di alimentazione Massimo Montanari che mette in connessione filindeu con fidaws, termine arabo che significa capello (quindi fine come un capello). Il termine passando dalla Spagna alla Sardegna è si è trasformato in fideos, fidiaux, fideis, findeos, fundeos e filindeu(s).

La zuppa veniva tradizionalmente offerta ai pellegrini che raggiungevano a piedi, da Nuoro, il santuario di San Francesco di Lula. 23 chilometri di cammino che venivano percorsi normalmente in 4 – 6 ore. Ancora oggi pellegrinaggio e festa rimangono particolarmente suggestive.

Dolci come il miele: i coricheddos de mele

 

La prima volta che ho visto e assaggiato questi dolcetti ero in un piccolo b&b in località di Sassari: deliziosa la struttura, deliziosa la colazione. La vecchietta, proprietaria dal carattere d’acciaio e dalla voglia di cento leoni ci ha letteralmente risvegliato i sensi con queste piccole delizie.

­­– Si chiamano corittecheddos, sono i dolcetti della sposa

–  Sono troppo belli per essere mangiati!

– Ma va! Sono fatti per essere mangiati.

A farli sono le donne sarde, in origine quelle di Nuoro e dei dintorni, oggi tutte le piccole donnine di buona volontà, perché diciamocelo serve tanta pazienza, tanta passione, tanto tempo e gli strumenti giusti. Io mi sono divertita, ma avrai modo di scoprire che a me divertono le cose che fanno andare fuori di testa tutti gli altri! Ho sempre pensato che farli in casa fosse impossibile e invece no: si può fare, e a vedere il risultato, con un po’ di impegno si può fare anche piuttosto bene.

Chi

Coriccheddos ( la versione più piccina dei Coros), durchicheddos de mele

Dove

Nuoro

Quando

In occasione dei matrimoni

Cosa – per la pasta

  • 175 gr di farina;
  • 175 gr di semola fine;
  • 35 gr di strutto;
  • 1 cucchiaino di zucchero semolato;
  • Acqua qb;
  • 1 pizzico di sale.

Cosa – per la farcia

  •  250 gr di miele;
  • 250 gr di farina di mandorle;
  • 2 scorze di arance essiccate e tritate.

Come – la farcia

Metti in un pentolino il miele e la farina di mandorle insieme con le scorzette d’arancia. Sono profumatissime non trovi? Cuoci a fuoco bassissimo continuando a girare il composto con un cucchiaio in legno. Dopo una decina di minuti, forse meno si inizierà a staccare dalle pareti e dal fondo durante la costante rimescolata. A quel punto è pronto. Versa la palla di miele e mandorle su un tagliere coperto di carta forno e lascia freddare per qualche minuto. Dopo di che stendi il composto in modo da realizzare una sfoglia alta circa un centimetro (io ho usato due fogli di carta forno) e infine ricava con le formine o a mano libera le figure che vorresti realizzare. Metti in frigo e dedicati alla pasta.

Come – la pasta

Lo sai, impastare la semola non è per niente facile, ma 350 grammi si lasciano lavorare con una certa facilità. Unisci farina, strutto, sale, zucchero e acqua e si parte. Impasta per bene e in breve tempo otterrai un risultato a cinque stelle: pasta liscia, elastica e profumata! Altro che impastatrici.

Prendi la macchinetta per fare le sfoglie, lavora la pasta e per ottenere le sfoglie finali impostala sullo spessore più fino, nel mio caso 6.

Stendi la pasta, posiziona sopra la formina di miele precedentemente ritagliata, copri con dell’altra pasta, ritaglia i bordi a piacere e decora. Te lo dico fin da subito: ci vuole tempo e una sedia comoda, ma il risultato ti farà brillare gli occhi! Mi hanno dovuto staccare dalla forza dai miei coricheddos, non smettevo di fotografarli!

Gli strumenti

Hai necessità di un tagliere, di una macchinetta per stendere la pasta (è necessario sia davvero fina), di una arrodixedda e delle pinzette per la decorazione.

Leggende e curiosità

Oggi li si prepara quando se ne ha desiderio, ma un tempo si trattava dei tipici dolcetti da matrimonio. Venivano regalati in numero dispari (nove coros) alla sposa della madre, dalla suocera o dalla madrina. Li si posizionava su un letto di grano e fiori contenuto in grandi canestri. Più grandi erano, più si aveva stima della famiglia e ieri come oggi erano delle vere e proprie opere d’arte con palese valenza simbolica e scaramantica. Li si poteva colorare con l’uso di spezie, liquori o erbe e normalmente li si modellava in forma di croce, uccello, grappolo d’uva, chiavi, porcospini, colombe, agnelli, corni, astucci con aghi e spilli etc. In uno dei nove coros venivano rappresentati quelli che sarebbero stati i doni che il marito avrebbe fatto alla moglie. Comunemente si trattava di rosario, bottoni, anello e collana.