Delizie di bosco: liquore di more selvatiche

Pensa alla Sardegna durante la stagione estiva. Cosa ti viene in mente? Il mare? No, a me vengono in mente le more: trascorrerei infinite serate a raccoglierle. Quelle selvatiche sono piuttosto buone e profumate e durante il tramonto l’aria infuocata di Sardegna inizia a stemperarsi; puoi quindi approfittarne per godere, in tutto silenzio, di un cielo che è una tavolozza di colori da far invidia a Van Gogh.

A raccoglierle quasi ogni sera, per tutto il mese di agosto, alla fine della stagione hai due possibilità: o le vendi, o ci prepari qualche delizia. Della marmellata di more selvatiche parleremo prossimamente, oggi facciamo i frizzanti e parliamo di liquori.

Chi

Liquore more selvatiche

Dove

Ovunque crescano le more

Quando

Durante la stagione estiva

Cosa

  • 1 kg di more;
  • 1 litro di alcool;
  • 600 g di zucchero;
  • poco meno di un litro di acqua;
  • cannella;
  • chiodi di garofano;
  • cardamomo;
  • scorza di limone.

Come

Devi lasciar macerare le more nell’alcool per almeno 30 giorni in compagnia di una bella scorzetta di limone, una bacchetta di cannella, 4 baccelli di cardamomo e 4-5 chiodi di garofano. Chiudi il tutto in un bel barattolo ermetico.

Quando il mix ti pare abbia macerato a sufficienza prepara lo sciroppo. Aggiungi allo sciroppo il mix di more ben filtrato e imbottiglia. La tua delizia di bosco è pronta.

Leggende e curiosità

Nel 1616 si scriveva, in un libro di esorcismi, che le donne di Sardegna erano solite mangiare tre more di rovo raccolte prima dell’alba del giorno di San Giovanni Battista: questo avrebbe consentito al loro  apparato digerente di goduto di buona salute per tutto l’anno. Provare per credere.

Anelli di patata e fisciu: i Gathulis

Ecco a te una ricetta sarda sarda e davvero gustosa. Alzi la mano il cuoco creativo che non ama le patate meglio se fritte e meglio se mescolate con del formaggio.

In effetti la ricetta dei Gathulis non si discosta molto da questo sogno succulento. Originaria dell’Ogliastra, pare che a confezionare questo piatto, di cui ti confesso ho sentito parlare solo questa estate, siano bravissimi a Villagrande Strisali.  dove per altro, in Agosto, organizzano una gustosissima sagra.

Chi

Gathulis, orrubiolus

Dove

Ogliastra

Quando

Durante le giornate di festa

Cosa

  • 700 gr di patate bianche;
  • 300 gr di formaggio fisciù (in sostituzione io ho usato il pecorino);
  • 350 gr di farina;
  • 350 gr di semola di grano duro;
  • olio evo qb;
  • sale.

Come

Dare vita al tuo primo gathulis è davvero un gioco da ragazze: metti a bollire le patate, scolare e privale della buccia quando ancora tiepide (occhio a non perderci i polpastrelli! Sono dannatamente calde).

Schiaccia le patate con una forchetta come se dovessi fare un purè e unisci il formaggio a piacere, ma senza esagerare, e sale. Amalgama bene il tutto e unisci la farina e la semola. Una volta ottenuto un impasto omogeneo lascialo riposare per una mezzoretta circa trascorsa la quale trasforma l’impasto in tanti vermicelli lunghi circa 10 cm che dovrai unire alle estremità formando una sorta di anellino.

Friggi ed il gioco è fatto!

Da servire caldi, ma pure freddi non sono mica da buttare via.

Leggende e curiosità

A Villagrande Strisaili ogni Agosto organizzano la sagra del Gathulis.

Riccioli dolci: le tiliccas

Le chiamano in una marea di nomi differenti e non sempre si confezionano alla stessa maniera in tutta l’Isola. Quel che non cambia proprio mai è la delizia e il brivido di piacere che ti attraversa la schiena ogni volta che ne assaggi uno. Se proprio non hai voglia di muovere neanche un ditino passa questa ricetta a tua madre, ad un’amica, a tuo marito e fatti viziare. Se invece non vedevi l’ora di metterti alla prova, semola alla mano, si parte!

Chi

Tiliccas, tiriccas, tericcas, tziliccas, cucciulendi e meli, caschettas, cotzuli, fraones, seddines, panigheddos.

Dove

 In tutta la Sardegna, con varianti nella forma e nel nome.

Quando

 Ognissanti, commemorazione dei defunti, Sant’Antonio Abate, Natale, Pasqua.

Cosa – Per la pasta

  • 1 kg di farina semolata tipo granito
  • 250 gr di strutto
  • acqua tiepida

Cosa – Per il ripieno

  • 250 gr di farina semolata
  • 150 gr di mandorle dolci sgusciate e trittate
  • 1/2 lt di saba
  • 2 arance – la buccia grattugiata

Come

Iniziamo dal ripieno: se non lo hai ancora fatto trita le mandorle e in una ciotola metti la saba di vino, le mandorle, la buccia delle arance grattata, la farina di semola grossa e gira, ottenendo un impasto consistente. A questo punto lascia riposare il composto e prepara la sfoglia. Dopo aver impastato con delicatezza gli ingredienti, stendi o con un mattarello o utilizzando una macchina per stendere la pasta fina. Ritaglia con la rotella dei rettangolini di pasta, riempili con il ripieno (io mi sono aiutata con un cucchiaino) e forma una sorta di anello congiungendo i bordi della pasta. A questo punto non ti resta che infornare a 150 gr per 15 minuti! La Sardegna è servita. A proposito il ripieno si chiama pistiddu!

Leggende e curiosità

A questo punto è probabile che ti sia venuta la curiosità: ma tiliccas che diavolo significa? Non sei né il primo né sarai l’ultimo a porti questa domanda. Hanno provato a dare una risposta in tanti, ma ti ripropongo la soluzione di Giulio Paulis che vede Tiliccas e tutte le sue varianti derivare direttamente da Siliqua con il quale termine si intendeva il frutto della carruba. Il dolce somiglierebbe al frutto nella forma arricciata, nel colore e nel sapore. Su pistiddu infatti è dolce, esattamente come sa essere il frutto di carruba e soprattutto è scuro, esattamente come il frutto. Vuoi approfondire? Leggi l’interessantissimo articolo “I dolci sardi nella storia della lingua e della cultura” di G. Paulis.