Foodblogging: la lezione all’Azuni

Una giornata davvero speciale e divertente quella all’Azuni. Abbiamo parlato di foodblogging, di tante cose, mostrato foto, guardato video. Il protagonista è stato sempre e comunque lui: il cibo in tutte le sue declinazioni.

Grazie a tutta la folla di pubblico presente.

Trovi parte della lezione visitando il mio articolo su EssereFreelance.it

I nove coros della sposa

Quella dei coros è una tradizione antica e affascinante del nuorese e dintorni. Profuma di mandorle, miele e scorza d’arancia. Ho scoperto che fino ad una cinquantina di anni fa i questi fantastici dolci venivano regalati a ciascuna sposa (che potesse permetterselo penso io).

Erano regalati dalla suocera, dalla madrina o dalla madre e posizionati all’interno di un bel cestino, su un letto di grano e fiori. Era importantissimo che venissero donati nove coros, non uno di meno, ma uno di più sì, certo che sì. Nei matrimoni più sfarzosi risulta che potessero essere regalati anche 12 o addirittura 15 coros.

Uno almeno di questi dolci dal fascino simbolico e antico doveva rappresentare i donos, i regali che lo sposo faceva alla sposa: non potevano quindi mancare, realizzati in pasta, i bottoni, il rosario e l’anello.

 

Chi

I coros, da tradursi con i cuori.

 

Dove 

Nel nuorese

 

Quando

Nozze

 

Coros: ingredienti per la pasta (nove cuori)

175 gr di farina

175 gr di semola fine

35 gr di strutto

1 cucchiaino di zucchero semolato

acqua qb

1 pizzico di sale

 

Coros: ingredienti per la farcia (nove cuori)

250 gr di miele

250 gr di farina di mandorle

2 scorze di arance essiccate e tritate

 

Preparazione della farcia

Metti in un pentolino il miele e la farina di mandorle insieme con le scorzette d’arancia. Cuoci a fuoco bassissimo continuando a girare il composto con un cucchiaio in legno. Dopo una decina di minuti circa si inizierà a staccare dalle pareti e dal fondo. A quel punto è pronto. Versa la palla di miele e mandorle su un tagliere coperto di carta forno e lascia freddare per qualche minuto. Dopo di che stendi il composto in modo da realizzare una sfoglia alta circa 1 cm (io ho usato 2 fogli di carta forno) e infine ricava con le formine o a mano libera le figure che vorresti realizzare. Metti in frigo e dedicati alla pasta.

Preparazione della pasta

Impastare la semola non è per niente facile, ma 350 gr si lasciano lavorare con una certa facilità. Unisci farina, strutto, sale, zucchero e acqua e si parte. Impasta per bene e in breve tempo otterrai un risultato a cinque stelle: pasta liscia, elastica e profumata!

Prendi la macchinetta per fare le sfoglie, lavora la pasta e per ottenere le sfoglie finali impostala sullo spessore più fino, nel mio caso 6. Stendi la pasta, posiziona sopra la formina di miele precedentemente ritagliata, copri con dell’altra pasta, ritaglia i bordi a piacere e decora.

Cuoci in forno a una temperatura di 150 gradi. Il tempo varia in base alla dimensione dei dolci. Ricorda: la pasta non si deve scurire, quindi trascorsi i primi 10 minuti inizia a star davanti al forno.

Carciofo spinoso: degustazione guidata

Hai mai partecipato ad una degustazione guidata? Io no, ma questo era vero fino a ieri sera.

L’appuntamento fissato nei locali ex Isola, nel cuore cagliaritano, fatto di vento e arenaria. C’era un tramonto pronto ad esplodere, un cielo pulito, di quelli tirati a lucido che solo un bel maestrale è in grado di portar sull’Isola. C’eravamo io, il mio passo affannato e una salita spaventosa, che per certe cose non ho più l’età, e magari nemmeno più il fisico, ma che comunque alla fine ho tagliato il traguardo.

Arrivata al Bastione di Santa Croce ho preso fiato, sono entrata nel locale e trovato Alessandra Guigoni nel suo delizioso cappotto rosso che mi salutava.

E’ stata lei ad invitarmi a questa bella degustazione guidata. Il protagonista era il carciofo spinoso, l’evento inserito all’interno di molti altri che insieme creeranno le trame della bella e croccante sagra del carciofo.

La sala, illuminata dai penultimi tocchi di sole era spettacolare. Chi vive a Cagliari a questi spettacoli ci fa l’occhio, ma io ancora non riesco. La pietra dei muri era come se volesse prendere vita, e poi c’erano quelle meravigliose fotografie di anziani protagonisti della mia Isola, sorridenti, fieri, saggi.

Carciofo spinoso: la degustazione

Veniamo a noi. La degustazione è stata guidata dalla Laore in maniera piuttosto divertente. L’evento aperto dal Sindaco di Samassi. Per quanto il carciofo spinoso (in casa non se ne usano di diversi) io lo conosca piuttosto bene… bene non è mai abbastanza quando si parla di cose sarde.

Siamo partiti valutando il profumo del carciofo, messo a confronto con il cardo. La stima olfattiva è stata una delle più difficili, ma nessuno si è perso d’animo. Abbiamo annusato il cardo e immediatamente dopo spogliato di 20 foglie (le bratee) il capolino che avevamo davanti. Il carciofo ha un intenso profumo di cardo, ci hai mai fatto caso? Ma anche di olio evo ed erba appena tagliata. Lo sapevo da sempre, ma non me n’ero mai accorta.

Seconda fase la stima gustativa: abbiamo valutato la croccantezza (metro di paragone il cetriolo). Ho scoperto che il croccante ha molto a che vedere con l’udito e che più le cose crocchiano, più ci piacciono. Il cetriolo era di certo più croccante, ma il carciofo non si è fatto intimorire.

Per valutare la tenerezza abbiamo fatto ricorso alle foglie di belga. La tenerezza per farla semplice è relativa al grado di resistenza che l’alimento fa durante la masticazione. Se la belga si scioglieva in bocca il carciofo spinoso ha venduto più cara la sua polpa.

E’ seguita la valutazione della carnosità. Il parametro si riferisce alla quantità di liquidi che l’alimento rilascia nel momento in cui lo stai masticando. Metro di paragone ancora una volta una foglia di belga. Provaci anche tu a casa, scoprirai che è piuttosto divertente prestare attenzione a tutti questi dettagli.

“Portate la soluzione zero”. D’accordo, tutti i presenti si sono chiesti cosa diamine fosse.

Acqua, semplicissima acqua. E’ servita per lavare la mucosa boccale, come l’ha più volte chiamata la nostra guida. Abbiamo poi valutato gradi di dolcezza di due soluzioni successive, la 1 e la 2 per poi assaggiare il carciofo. Non avevo mai notato quanto il carciofo spinoso fosse dolce.

La penultima valutazione era relativa al grado di amarezza del carciofo. Metro di paragone la belga e le puntarelle: il carciofo si è meritato una piacevole via di mezzo.

Infine l’astringenza. Hai presente quando metti in bocca un cachi che non è maturo? Ecco quella sensazione di lingua accappiara, legata, come diciamo noi a Cagliari… ecco quella è l’astringenza. Per valutarla abbiamo assaggiato prima la polpa di una banana, e poi la parte bianca aderente alla buccia. Disgustosamente astringente. Quelli erano i nostri metri di paragone. Poi abbiamo assaggiato il nostro carciofo spinoso. A ogni valutazione dovevamo indicare un numero su ipotetiche scale che andavano da 1 a 10. La scheda l’abbiamo poi consegnata e dimenticata.

Quello che non posso dimenticare è stata la consapevolezza che questo genere di degustazione mi ha regalato e il desiderio di partecipare, il prima possibile, a nuove degustazioni… magari di olio?

C’erano altre food blogger come me: io ho incontrato Marica Bochicchio con la sua travolgente simpatia.

In conclusione un’esperienza piacevole, di quelle che ricordi con un sorriso, di quelle che è stato belle viverle ma ripeterle sarà ancora meglio.

Curiosità

Qualche curiosità? Per valutare la freschezza del carciofo odoralo: gli ortaggi che non sono più freschi non emettono odore. Premilo e vedi se cambia forma, taglia una foglia e vedi se crocchia ma soprattutto dai uno sguardo alle bratee: devono essere aderenti al capolino.

Per conservare qualche giorno il carciofo fai conto che sia un fiore: mettilo in vaso ma taglia le foglie sul gambo.

Quando invece lo stai pulendo evita il limone che ne altera le proprietà: prova invece con acqua ghiacciata, gassata o con della farina.

Pilloneddu con s’ou

L’anno scorso ci siamo cimentati negli ovetti vestiti in costume tradizionale isolano che vi sono piaciuti tanto: la ricetta ha ricevuto 9 cuoricini, 629 mi piace su FB, e non pochi apprezzamenti. Pensa che è stata sulla home page del Worldrecipes Expo. Quest’anno? Per far felice la mia bambina e per non discostarmi troppo dalla tradizione ho pensato alle pavoncelle.

Su pilloneddu con s’ou non vola, non fa cip, ma è croccante, buono e un centro tavola ideale per la tua Pasqua.
Confezionarli è stato divertente: mia figlia, che adora vedermi impastare, ha scoperto il fascino della pasta cruda. Mentre io davo vita ai piccoli uccellini lei continuava a ripetere “Ancoa, Ancoa”. Naturalmente si riferiva alla pasta cruda!

Chi

Coccoi cun s’ou, coccoi kun s’ou, coccoeddu cun s’ou

Dove

In tutta l’isola

Quando

Per festeggiare la Pasqua

Pilloneddu con s’ou: gli ingredienti per 4 uccellini

500 gr di semola

1 cucchiaio di strutto

1 presa di sale fino

1 bicchiere d’acqua tiepida

4 uova

 

Strumenti

Mattarello

Mani

Coltello

Pinzette

Come procedere

Impasta la semola con lo strutto e l’acqua e lascia riposare.

Intato metti a sbollentare per circa due minuti le uova. In questo modo non si spaccheranno una volta in forno. Dai forma al tuo pilloneddu cun s’ou (per quello più grande ho usato due stecchini per tenere coda e testa), e inforna a 180 gradi, con forno ventilato fintanto che non vedrai la pasta dorare.
Quando decori gli uccellini ricorda di metterli sotto uno strato di carta forno: la pasta si attacca al piano di lavoro in brevissimo tempo.
Buon divertimento.

 

Curiosità

Il pilloneddu con s’ou ti è piaciuto? Vuoi saperne qualcosa di più sulla Pasqua in Sardegna, leggi qui.

Dolci di Sant’Antonio: la magia de sa torradura

Le feste della tradizione regalano dignità al ciclo dell’anno e felicità alle mie giornate. Prendi ad esempio questo periodo. Potrebbe essere piuttosto triste e freddo eppure c’è Sant’Antonio che scalda con il suo fuoco, con i falò, con i baffi di cenere sul viso e il gusto di sapa in bocca, con il Carnevale che arriva e la frittura che non c’è ancora ma che già si sente.

Domani, 16 Gennaio si accenderanno i primi fuochi in onore di un Santo antico, ma nemmeno troppo.

Non mi soffermo sul dettaglio, già che l’ho fatto molte altre volte e in molte altre sedi (vedi “Il fuoco dei sardi: dietro la leggenda di Sant’Antonio Abate” in Est Antigoriu – La Riflessione 2011). Dirò qui, piuttosto brevemente che a ogni festa cristiana che conosciamo e festeggiamo ne corrisponde una pagana che corre ben più indietro nel tempo. E questo lo dico non per regalare meno valore alle feste cristiane, ma per offrire più consapevolezza a chi le festeggia.

Sant’Antonio: un rituale di fondazione della natura

D’accordo, quest’anno è stato leggermente anomalo, togliamo il leggermente e lasciamo l’anomalo. Eppure, dimentica il caldo, dimentica lo scirocco degli ultimi giorni, dimentica l’umido dicembrino esasperante, eppure in prossimità dei festeggiamenti in onore di Sant’Antonio il clima è mutato drasticamente. E non per via del santo, questo è ovvio, ma per via del fatto che questo è un periodo di passaggio durante il quale da sempre si assiste ad un radicale mutamento climatico che noi chiamiamo inverno. E l’uomo festeggia la forza della natura che cambia e inevitabilmente influenza la sua vita. Lo facevamo ieri, lo facciamo anche oggi.

 Il maiale di Sant’Antonio

Puoi anche saper poco di questo santo, ma è probabile che tu lo abbia visto in qualche immagine sacra. Ha sempre un bastone ad accompagnarlo e un maiale. Del bastone abbiamo già parlato: ci ha custodito il fuoco quando lo ha rubato agli inferi per donarlo alla Sardegna, del maiale parliamo oggi.

Diventa il suo migliore amico durante il medioevo quando i frati antoniani si accaparrarono il diritto di far allevare un maiale a spese della comunità. Questo maiale girava libero per il villaggio e dintorni e tutti lo nutrivano, perché nutrire il maiale era un po’ come nutrire il santo. Quando questo veniva ucciso la sua carne veniva in parte devoluta ai poveri.

E’ comunque probabile che la figura a cui Sant’Antonio ha rubato il posto già da prima si accompagnasse ad un maiale, sacro alla Dea Madre, in strettissima associazione con il mondo ctonio e dei defunti.

La figura di Sant’Antonio è per altro connessa al mondo dei defunti e sotterraneo per molte altre motivazioni: il fuoco di cui abbiamo detto sotterraneo e infernale, il maiale come fidatissimo amico, le questue ad opera dei più piccoli vicari dei morti, i dolci preparati in suo onore, tutti (o quasi) a base di sapa e pistiddu, l’ingrediente principale per la preparazione dei dolci in onore dei defunti.

Ma i dolci di Sant’Antonio sono speciali, dolci che hanno lo scopo di legare a sé il santo, come con un contratto.

La magia dei Dolci di Sant’Antonio

Tutti a base di sapa e pistiddu (saba addensata con l’uso di semola posta in cottura) che avevano e hanno almeno due scopi: ringraziare il santo per grazie ricevute, o richiedere direttamente al santo una futura grazia.

Ma qui viene il bello: la componente pagana della religiosità sarda salta fuori inevitabilmente. Confezionare un dolce in onore di Sant’Antonio non significa semplicemente richiedere una grazia, significa legare il santo a sé, significa quasi obbligarlo a fare la grazia in un atto di religiosità che somiglia molto di più alla magia. A legare il santo a chi ha confezionato il dolce è la logica della reciprocità che influenza ancora oggi grandemente la Sardegna.

Basti pensare ai modi di dire che ancora oggi circolano nell’isola “Su donu est depidu” (il dono è debito), “prattu chi andat, prattu chi torrat” (piatto che va, piatto che deve tornare “pieno”), “dare e leare faghet amare” (dare e ricevere fa amare).

Il santo, assimilato ora a un qualsiasi vicino di casa che riceve in dono il regalo non ha possibilità: deve restituirlo, è obbligato a sa torradura.

Il legame fra sardi e santo è dimostrato anche dal fatto che i dolci in suo onore si confezionano anche durante il lutto, già che il legame di reciprocità non doveva essere mai rotto.

I dolci per Sant’Antonio si somigliano molto: che si tratti di pan’è saba, di pistiddu, di cogone de pistiddu, di paniscedda, di tiriccas, di pane nieddu o seddines il concetto è sempre il solito: pistiddu involto in semola che assume forme anche molto diverse, in alcuni casi squisitamente artistiche.

Il dolce sfornato viene portato in chiesa per la benedizione: io che metto tutto sotto una lente pagana vedo in questa benedizione una sorta di “abrebadura” del dolce che viene potenziato, diventa magico a tutti gli effetti, terapeutico o protettivo.

A potenziare il dolce ci pensa non solo la benedizione ma anche il fuoco: a Bono ad esempio le donne fanno girare il dolce intorno al falò, tre volte a destra, tre volte a sinistra, in una sorta di comparatico fra loro e il santo.

Anche a Nule il pane di Sant’Antonio viene portato in chiesa per la benedizione. Sul dolce si modella un porcellino con tanto di campanella d’oro e questo, ridotto in pezzi si conserva per tutto l’anno in casa o nell’ovile. Proteggerà da parecchi mali: è ideale contro le scottature se lo si applica sopra, protegge l’ovile e i campi dagli incendi estivi, ma anche la casa e chi la abita. L’uso purtroppo si sta lentamente perdendo, ma confido nelle laboriose donne del Goceano.

A proposito di dolci in forma di maiale a Ovodda pare che un tempo si confezionasse un piccolo pan’e sapa in forma di maialino, dedicato ai più piccoli con tanto di zampette e orecchie, realizzate con due mandorle.

Detto questo non c’è che l’imbarazzo della scelta: io quest’anno mi cimenterò nella realizzazione de sa cogone de pistiddu, tipica di Bono, mia seconda casa. Ovviamente offrendo il dolce al santo non dimenticarti di utilizzare l’immancabile frase rituale “ Sant’Antoni accetta sa pregadoria” (Sant’Antonio, accetta questa mia preghiera).

Per approfondire

Se vuoi approfondire ti consiglio la lettura di questi bellissimi libri:

Buttita – Le fiamme dei Santi, Usi rituali del fuoco in Sicilia

Solinas – Cibo, feste, fame. Spartire e condividere

Paulis – I dolci e le feste.

Articolo tratto dal sito www.claudiazedda.it

Forno sardo: quando il pane si faceva in casa

C’è stato un tempo in cui il forno sardo era accessorio domestico immancabile. Verrebbe da dire che un tempo sull’isola ce ne fosse uno per ogni donna, ma forse è un’esagerazione. Più probabile ce ne fosse uno per ogni famiglia o quasi. E’ certo che chi non poteva averlo usava quello dei vicini perché fai su pani in domu era una cosa più che naturale.

Nella mia zona d’origine (campidano) il forno sardo si trovava fuori dalla casa, nei casi più fortunati la bocca stava nella cucina e il corpo del forno all’esterno, era alto e facilmente accessibile. Nella mia zona d’adozione (goceano) il forno stava dentro la casa, e già che le case erano piccole al forno era riservato l’ultimo piano. La location era un po’ scomoda, l’accesso ripido ma tant’è, c’era e ce lo si faceva bastare. Era basso, aveva una bocca medio piccola e una profondità sorprendente.

Le donne lo accendevano durante la lievitazione del pane conclusa la quale veniva infornato e cuoceva, a seconda della tipologia, per un ora o per pochi minuti. Alcune stavano in piedi mentre infornavano e sfornavano, altre sedute, gambe incrociate e schiena china.

Qualunque fosse la postura, dettata dalla tipologia di forno, una cosa non cambiava mai: infornare e sfornare stancava, ma insieme con la fatica si toglieva dal fuoco l’orgoglio delle casalinghe isolane già che era in base alla capacità di produrre pane decorato, bello, croccante, fine, ben cotto, alto o basso che si decideva la bravura della donna e che la massaia era ritenuta un bocconcino più o meno apprezzabile. Si diventava allora immediatamente una bona meri ‘e domu nel campidano e una mathaxa de oro barbaricina.

Si legava il forno a una delle attitudini ataviche della donna: sfamare i propri figli e la propria famiglia. Sfamarli con del buon pane era un po’ come rimetterli al mondo ogni volta, tant’è che i forni isolani, tutti e nessuno escluso, ricordano nella forma un grembo materno e sono cosa di domino esclusivamente femminile.

Anche tutte le leggende che gravitano intorno a su forru (il forno sardo) hanno una spiccata connotazione femminile che ancora oggi si percepisce intensa e scontata.

Forno sardo, pane e leggende

Cominciamo da lontano, cominciamo dal lievito (qui trovi come lavorarlo). Le sarde, leggenda vuole, non lo hanno conosciuto da sempre, e le cose forse stavano davvero così. Pare che a rubarlo, il segreto del lievito intendo, perché di segreto si trattava, sia stata Maria, figlia di Anna. Non una Maria qualunque, ma quella che poi diventerà la Madonna e porterà alla ribalta anche la sua famiglia facendo diventare la madre una vera e propria santa, amatissima in Sardegna.

Sant’Anna appunto è la Santa che un tempo si invocava quando si panificava. La si chiamava sa mama manna e sembra essere addirittura più importante di Maria.

I bambini appena nati, assimilati al grano o forse a bei panini, venivano posti nelle ceste utilizzate comunemente per conservare il pane: si diceva che in quel modo sarebbero stati protetti da qualsiasi malaugurio. Lo si faceva in special modo per proteggerli da sa Koga, ma questo argomento teniamocelo buono per un’altra volta.

Le donne che in Sardegna compivano azioni poco apprezzate socialmente nelle leggende venivano punite in maniera piuttosto esemplare. Alcune venivano pietrificate, e a girare in tondo per l’Isola se ne trovano ancora tante, con tutto intorno grano e arnesi per il lavoro, seni pesanti e secchi.

Vedere il seno lungo e secco significa in termini concreti perdere la capacità di nutrire, con il latte, i propri figli. Quindi perdere la capacità di riprodursi. Una punizione esemplare in una società che tutto faceva in nome e per conto della fertilità e dell’abbondanza.

Tant’è che un tempo per augurare disgrazia a una donna le si diceva “Ti si sicchen sas tittas”[1] (Turchi – Maschere, miti e feste della Sardegna).

Non è un caso che in Sardegna esistesse una pietra amuleto utilizzata appunto per evitare questo tipo di problema, evidentemente molto sentito. Era bianca e si portava a contatto con i seni. Si chiamava perdade latti o pedra de latti, ma questa è un’altra storia.

Se non credi che il forno e la panificazione siano cose antiche e legate alla donna come l’uomo lo era al suo bestiame leggi qui:

“Qualche volta, specialmente d’inverno nei centri più freddi, ci potevano essere dei problemi di lievitazione a causa della bassa temperatura, inconveniente cui si rimediava infilando per un attimo le sfoglie di pane nel forno, senza neppure toglierle dalla pála ‘e kòkere. Per questa operazione è stato segnalato a Núoro, Orgòsolo e altri paesi del centro il termine inkrepjare, un derivato di krépja “chiesa” che, propriamente, indica la cerimonia religiosa di purificazione delle madri dopo il parto, che a prima vista ha assai poco da spartire con la lievitazione e il forno: «La prima uscita della puerpera è per andare in chiesa a “purificarsi”; infatti dal momento del parto il diavolo ha acquisito su di lei un particolare potere, da cui si libererà con l’aiuto del prete. Si reca in chiesa col neonato, che protegge come un “angelo” dalle grandi tentazioni delle potenze infernali, e porta con sé una candela di grandi dimensioni. Si inginocchia davanti alla porta della chiesa; il parroco, che già l’aspettava, l’asperge d’acqua benedetta a rispettosa distanza e scaccia con preghiere il diavolo; poi si avvicina alla puerpera, posa sul bambino un lembo della stola e accompagna a braccetto la madre all’altare della Vergine Maria, dove questa accende la candela, s’inginocchia, riceve la benedizione e si considera così purificata. ».Per intendere il vistoso spostamento di significato che il vocabolo ha subìto, è utile quanto ci è stato riferito a Bitti, ove un’informatrice ha spiegato che, al verificarsi dell’intoppo sopra ricordato, si dava alla pasta una inkrejatèdda, ossia la si infilava nel forno giusto per il tempo di una preghierina, paragone temporale che già potrebbe chiarire l’accostamento con la cerimonia descritta in precedenza: in sostanza, così come la puerpera trae giovamento dall’entrata in chiesa, altrettanto fa la pasta, nella situazione critica in cui la lievitazione è a rischio, entrando nel forno. Forse, però, c’è nell’immagine anche un paragone scherzoso fra l’antico forno, a forma di cupola, e la chiesa, ciò che sembrerebbe confermato anche da alcuni proverbi ed espressioni, qualiquie non hat bidu Cheja, ad su furru si adorat – chi non ha visto chiesa, adora il forno, detto sempre a proposito di chi si meraviglia di ogni piccola cosa” e ancora “s’anta de su furru li paret un altare  – la bocca del forno gli sembra un altare. Non ci sentiremmo neppure di escludere, infine, che l’impiego del verbo inkrepjare in relazione a un momento specifico del ciclo del pane possa in qualche modo e in qualche misura portare ad affioramento un condizionamento assai antico legato alla sacralità del forno (Giovanni Lupinu, in Pani – Ilisso)”.

Ereditare un forno tradizionale oggi è uno dei più bei regali che si possano ricevere, è un po’ come ereditare un frammento di propria storia, è un p0′ come ritrovarsi nel passato vivendo golosamente il presente.  Ereditare un forno tradizionale oggi è un onore e un onere perché con gesti moderni la storia passata può ancora vivere.

L’articolo è tratto dal blog partner www.claudiazedda.it


[1] Che ti si secchi il seno.

Piatti a s’antiga: il pane a fittas

La mia passione per il pane a fittas è nata immediatamente dopo aver visitato Rebeccu e Su Lumarzu, un ristorantino immerso nel più romantico borgo “fantasma” di tutta la Sardegna.

Quella sera di agosto, ospiti del ristorante, abbiamo sorseggiato (si fa per dire) il portentoso cannonau della zona e io ho assaggiato il pane a fittas con antunna (pane a fette con funghi). Era pensabile che non riprovassi a casa mia la ricetta?

Ora è uno dei piatti forti della mia cucina. Non è solo una pietanza, è piuttosto un ricordo dolcissimo che mi piace, delle volte, condividere con gli amici.

Chi

Pane a fittas

Dove

Bonorva / Ozieri

Quando

Era un piatto che non necessitava di occasioni particolari per essere cucinato.Si tratta in fondo di un piatto semplice e povero, facilissimo da fare, ideale per il recupero del pane non più freschissimo (qui trovi altre ricette interessanti per il recupero degli avanzi).

Oggi la gastronomia chic sta facendo del pane a fittas un piatto elegante e raffinato, da usare durante occasioni particolari.

Pane a fittas: gli ingredienti

  • Pane zichi (una fetta a persona) / Spianata di Ozieri (vedi in foto)
  • funghi pleurotus;
  • aglio;
  • prezzemolo;
  • vino bianco;
  • olio evo;
  • pecorino;
  • sale;
  • burro (la mia personalissima aggiunta, in sostituzione all’olio d’oliva se preferisci);
  • brodo;
  • peperoncino.

Come procedere

Tanto per cominciare lava e taglia i funghi e falli insaporire in padella con dell’olio/burro, prezzemolo e dell’aglio precedentemente soffritto. Dopo qualche minuto di cottura sfuma con del vino bianco e sala a tuo piacere.

Intanto taglia grossolanamente il pane zichi, regalandogli una forma triangolare e dopo aver fatto bollire l’acqua, salala e immergici il pane, come faresti con della pasta, per circa 15 minuti. Saprai che il pane è ben cotto quando inizierà ad arrotolarsi su sé stesso.

Scola il pane zichi e versalo nella padella contenente i funghi. A fuoco basso fai insaporire il pane, aggiungendo a tuo piacere peperoncino, pecorino e brodo.

Se lo desideri, dopo aver impiattato e condito con abbondante formaggio, puoi mettere un momento in forno per una doratura che non fa certo male.

Se non riesci a procurarti il pane zichi puoi supplire con delle ottime spianatine.

Il pranzo è servito! Buon appetito!

Leggende e curiosità

Vistare Rebeccu è un sogno ad occhi aperti. Si tratta di un vero e proprio covo di leggende. Sotto la rocca all’interno quale si racconta si siano sposati Eleonora D’Arborea e consorte, potrai assaggiare questo delizioso piatto antico. Il ristorantino è piccolo ma grazioso.

Merita una certa attenzione il pane zichi: un tempo i pastori lo portavano con sé all’interno delle bisacce. Essendo un pane secco, se ben conservato, dura fragrante anche per due mesi. Non so dirti se è vero: lo divoro non appena acquistato!

Coricheddos Maker: il Video

La prima volta che ho letto la ricetta dei Coricheddos ho pensato: “Ma come accidenti li realizzo?”

Mi sarebbe molto piaciuto avere un video esemplificativo, e ne ho cercato uno online, ma purtroppo non ho trovato niente. Ecco perché in casa Koendi abbiamo pensato di realizzarne uno.

Buon lavoro e buonissimi coricheddos.